
Uno.
Il capo volto nell’occhio rosso della pernice.
Emulsionati gli occhi,
il signor Scialo s’acceca nel guaito di un cane sofferente,
anziano, guardiano, non morente.
La suggestione è vivace, breve, sordida e
giacché non ha soluzione chimica né antropologica
prende dallo scaffale una raccolta di echi, e li moltiplica.
L’eco-sofisma lo trova generoso,
come di una regione ampia e varia di odori perpetui e invisibili.
Il signor Scialo coglie la poesia venosa nell’azione della natura
e degli astri capillari conficcati nella terra.
Che abbondanza di concentrazione!
E’ come un’alba azzurra senza fine, senza dolcezza,
il calcare che si aggrava nell’aria
e brucia di un caffè nato nell’esofago,
sputato nella notte e risucchiato al mattino.
L’eco-follia è il selciato metallico di una nave
da trasporto turistico passeggeri.
Essi raggiungono sempre l’estate ma senza circondarsi
di quel calore naturale che li muoverebbe nella trama della luce.
La lastra di ferro sotto i loro piedi danza epilettica.
I piedi freddi sempre là dove sono stati
e le mani calde per ciò che hanno tenuto tra le dita:
un bicchiere gocciolante di tè, una ciotola sporca di zuppa,
un cartoccio di semola abbrustolita.
Gli occhiali sul naso alle sei del mattino
e l’odore del mare che si afferma geometrico
sulla transumanza telepatica dei ricordi.
E così tutti hanno la medesima memoria fittizia
con un principio che approderà sulla terra tra una settimana.
Tra sette giorni saremo a terra, dicono i passeggeri,
e sbraneremo coi denti la nave che ci ha portati là.
La ferraglia sarà poi fusa e rigettata nel mare
come un gallone nuovo sulla giacca del generale.
Ma intanto una gastrite demoniaca rantola nello stomaco,
colpa del sale grave, colpa della luna che attira a sé
il sapore dell’uomo e la sostanza proteica del silenzio.
Il signor Scialo si infiamma di indignazione
al pensiero di quelle voci fitte,
delle parole che, a spintoni e urti, montano da quella nave
come vele che impediscono l’andare.
L'eco-geografia è stato un suo appalto, da giovane.
Uno scandaglio imparziale
come il passato, senza destino.
Gli alberi li aveva visti galleggiare sul fiume,
irrigidirsi alle sue anse
scuotersi alle pendenze
piroettare alle risalite
e ricordava bene l'odore del tropico
nel punto randagio della sosta.
Lavorava con stima di sé, il signor Scialo,
intersecandosi alle droghe
al cielo fatto a laghi dolcemente increspati
e poi alla fragranza di una stufa
di ambra funghi miele
con lo sguardo disossato dalla spaccatura nel ghiaccio
che circondava la sua baracca.
I tronchi neri dalla cima portati a valle
da un latte di verdura
e i guanti col pelo interno macchiato di sangue.
I cani gli si lisciavano accanto come serpenti.
L'eco-afasia nacque perché gli mancò la compagnia.
Il ritorno a casa fu una strana storia
con le donne sedute sui pullman
a guardare fuori da finestrino la pioggia.
La mancanza di pace nella pace della notte
e le orecchie attente alle altre storie,
ai terreni dell’espressione
all'arco diabetico tra esperienza e rappresentazione,
la prima in accumulo e la seconda, strozzata.
Lì si perse.
Preparava limonate, cucinava carne bollita con l’osso.

Nella palla di vetro lo vedo con chiarezza, non ho precedenti.
Non un assetto, non un dissesto, una sola manica.
La coppia al telefono e il vento si intenerisce.
La vite è dorata sotto la luna vuota.
Da qualche parte un uomo sputa legna, e brucia.
Per gradi si stringe il cappio fino allo schiocco del collo,
mentre i piedi ombreggiano cari e funzionano residui.
Così come i ragni nelle miniere.
Andai a fargli visita, sottopeso, un salasso per il mio utero.
L’alimentazione guasta, la sabbia negli occhi; dopo avere sconfitto il sonno
l’uomo divenne una notte restituita, ti si regalava una notte, un tempo in più;
ed era pane, pane grasso, grasso di balena, caccia alla balena
il tempo nei campi gialli di giugno,
la luce della mattina assaltata dall’oro, in blocco.
Piombò al collo un’ustione improvvisa, il levare il presente,
senza più estremità, il digiuno:
la condanna, attorno, una dea ematica che muore,
e la mia missione che crepita nel fuoco.
«... La nostra professione è una lotta costante tra il nostro sogno, la nostra volontà di essere del tutto indipendenti e le situazioni reali in cui ci troviamo, che ci costringono invece ad essere dipendenti da interessi, punti di vista, aspettative dei nostri editori... In generale si tratta di una professione che richiede una continua lotta e un costante stato di allerta... »
Ryszard Kapuscinski

A differenza della nozione più generale di conflitto si parla di guerra solo quando esiste una precisa volontà da parte di una o più parti (soggetti collettivi) di portare una crisi conflittuale fino alle sue conseguenze estreme. Ciò può avvenire attraverso l’uso della violenza o con la minaccia esplicita o implicita del suo uso. L’obiettivo può essere quello di eliminare l’avversario (distruggendolo, ma talora semplicemente inducendolo ad uno spostamento fisico più o meno temporaneo), o semplicemente di far prevalere la volontà della controparte. Con guerra si intende generalmente un conflitto armato fra due o più stati, ma una definizione di guerra non può prescindere dalla valutazione dei seguenti elementi:
attori coinvolti: il coinvolgimento di nazioni appartenenti a continenti diversi produce una guerra mondiale; quello delle popolazioni civili porta alla guerra totale;
natura degli obiettivi: una guerra si dice assoluta se obiettivo primario è l’annientamento del nemico; è limitata o reale, in rapporto alla specificità di un obiettivo diverso.
attitudine degli attori: la guerra può infatti essere preventiva, offensiva, difensiva o, ancora, dei nervi;
mezzi usati: in base a tali dati si hanno guerre di tipo convenzionale, nucleare o tecnologica;
motivazioni o cause della guerra, che agiscono sulla partecipazione degli attori a livello individuale, di gruppo o di sistema di gruppi. Esse possono essere:
* ideologiche, tra cui rientrano le guerre di religione, le guerra sante, le rivoluzioni, etc.,
* politiche,
* psicologiche,
* giuridiche,
* economiche,
* tecnologiche.
Le forme di conflitto bilaterale della seconda metà del XX secolo hanno per lo più coinvolto i soggetti più svantaggiati della comunità internazionale. In questo caso, l’obiettivo economico dell’accesso a risorse endemicamente scarse e della conquista territoriale si rivela il più importante. L’appartenenza ad una medesima nazione delle parti coinvolte in un conflitto armato è la condizione necessaria di una guerra civile (interna o intestina). Essa viene generalmente combattuta fra autorità e sfidanti, laddove l’autorità non si dimostri in grado di soddisfare la domanda delle parti o non sia disposta a concedere ad alcune tra le parti sociali neppure la possibilità d’esprimere una domanda (è il caso dei sistemi repressivi). Quest’ultima è una delle condizioni prevalenti dello scatenarsi di guerre civili nei paesi in cui più debole è l’esperienza democratica e in cui predomina un distacco fra la popolazione e lo Stato. Obiettivo delle guerre civili è, in genere, il conseguimento del potere o il mutamento di un sistema di governo e/o della regolamentazione del sistema sociale. Questi traguardi possono essere ottenuti in vari modi:
attraverso la rimozione dell’elemento rappresentativo e/o dell’organizzazione politica che detiene il potere (obiettivo delle guerre rivoluzionarie;
attraverso l’annientamento politico, economico e/o fisico della fazione o del gruppo individuato quale nemico (fenomeni di pulizia e stupro etnico sono ascrivibili a questa categoria);
attraverso la destabilizzazione dei rapporti sociali e politici interni o internazionali (ad esempio per mezzo di atti di resistenza, attiva o passiva, e di terrorismo). Le guerra rivoluzionarie, pur potendo anche assumere una valenza internazionale, nascono prevalentemente dal dissenso nei confronti di un sistema interno di distribuzione del potere.
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Invenzione infinita
di petalo a dischiudersi
e di staccarsi un piccolo falò.
La parola sottolineata
è lui che avanza roteando dalla porta,
e il mio fertile corpo crea molti centri.
Mio padre – lui - era minuzioso
nella descrizione del mio battesimo,
la sua sorpresa nel vedermi
fatta di fili bianchi, e di tunnel ciechi,
e di un inverno intero: un corto circuito
nel suolo contemplato della chiesa
e nella sua solitudine acrilica.
Il lembo dell’orecchio alterato dal mio pianto.
Il petto surriscaldato,
la geometria spessa dei pochi presenti,
le distanze apostoliche dei padrini.
E’ venuta al mondo, è nata un’altra piattaforma.
Successivamente il cielo si è fatto residenziale
La pioggia si apre come l’estate, con luce,
e gioia, con l’aria sorvegliata dalle famiglie,
perché resti così: luce; spinta; e si rida.
La chiarezza farinacea del suo bacio.
I suoi strati secchi diventati tremiti.
I
L'ultima bellezza, una colazione tra le vergini.
Le capre tra le viti, e la primavera è un sisma,
gemere e fuggire l'uva bianca. Togliermi la multiformità,
e l'esperimento celestiale di cercare la morte.
ò esclamazione sanguinante; è quasi trappola,
il modo latteo dei sospiri.
Mi siedo a cenare anche se non ceno,
comincio col leccarmi le ginocchia, poi mi mangio.
II
Sono seduta di fronte a mia madre.
Ha gli occhi arrossati, è stata dal medico.
Lì le hanno detto che è morto.
Aveva 55 anni, era dolce e lento. Sorrideva spesso.
Mentre lei parla continuo a mangiare la mia insalata
come arriva l'inverno tra un boccone e l'altro.
“Dove sta andando?”, chiede la portinaia.
La donna anziana pensa “ma come, non mi riconosce più?”,
e risponde: “Dal dottore”.
“Il dottore non c'è più, ci ha lasciati il 7 settembre”.
Si chiamava Stefano. E la pioggia trancia il fatto.
L'acqua, la goccia, l'ombrello grande.
La mamma torna a casa violetta.
Quasi s'incappuccia; il vento ringhia, il suo pensiero
suona bruno, pazzo, cadendo
la vela gialla è lampo.
*
Voi non cercate il centro!
Lo segnate il centro? No!
Cercate un albero, un palo, una pietra!
(Pasolini, Medea agli Argonauti)
III
Quale parte di questo corpo recita la mia scrittura?
Dove trovare le radici? Nella connivenza tra la semplice
confessione e lo scompiglio dei nervi? Nel sesso che rompe
le cuciture tra dita e ghiandole. Nelle mani da puledra,
nei capelli a cinghia quando legati (e stridenti, meticci
di giorno - nelle zone nere del sole)?
Lontano dal mondo e vicino alle labbra la cui presenza
dice presenza dei bordi scuri?
Il credibile rende impossibile una divisione qualunque.
L'incredibile scinde il perpetuo della voce, il centimetro
di pelle è passione, la cute intera è cocaina;
la memoria di un viso è trasformazione.
Solo pelle nella scrittura: tutti i giorni fa, e tutte le ore.
Non la vedo, mi riparo nella donna che fuma.
La predizione è una prospettiva nella direzione dei testimoni.
La terra abbaglia, ha lame fini da radere o da taglio,
è la figurazione di maggio.
IV
E quando dico divisione
intendo la sezione dei movimenti, quelli fermi senza energia
e quelli della voce modulata per dire “non lo so”.
E quelli che affiorano tra un orecchino e un lobo.
Un diamante – fermo – nella gola
e il vento che s'abbatte sui marinai
e sulla loro avventura quando videro i cavalli
scivolare lungo una costa di anice, profumata,
e poi intrattenersi alti, speronati dall'aria.
Incredibile la carne viola delle promesse,
io l'ho sentita pronunciare dio e le sirene
proprio nella pelle senza inchiostro
quella dove la scrittura si strappa
come un idolo ribelle
e l'erotismo scompare dalla scena.
Il mio assassino fa una pausa per guardarsi nello
specchio, un istante nella sua divisione.
Sia benedetto l'assassino
la cui passione ci dividerà.
V
Il bambino vomita sempre quando non mangia da molto tempo.
Bisogna strofinargli le tempie e le mani con sale e aceto e mettergli un panno caldo di lana sullo stomaco. Il fuoco gli arde vicino adesso che riposa.
Il fumo risale verso il tetto, tremolante.
La cenere ricade sui capelli biondi, il rosmarino nella bocca onesta.
Chiede di andare da barca, gli piacciono le barche che attraversano il fiume.
I vecchi lenti, dall'odore, dalle ondulazioni. Il pontile sporco e umido. È quasi mattina e il sole scalda già il legno. La barca trascorre sul fiume in direzione di casa.
Grilli, tacete
edera, arresta i tuoi grovigli
deserto lontano, ghiacciati
grandiosità cadenti, sospendetevi
acqua, smetti di ispezionare terre e cose
frutta, divieni resina.
Parlami terra, fammi sentire la tua voce. Adesso che i miei piedi non poggiano, ora che ti guardo con la distanza del reale. Essere contro essere.
VI
Quale parte di questo mio corpo nasconde la scrittura?
Un inguine roseamente balenato.
La miniatura delle ciglia increspate.
La bocca aperta in una forma onesta,
o la quiete che mi unisce le labbra, il suono dolce
del sonno?
Le streghe hanno fame, dice la mia amica Jolanda,
anche mentre il suo cane muore e noi siamo riunite sulla montagna,
conniventi e ciecamente i corpi si sviluppano l'uno nell'altro.
Lo dico come esempio di roccia o di matrice,
come la virilità del giovane cugino che è sempre il primo pompino
della nostra vita,
e come la marea di fede in primavera che diventa fango crudele
o macilento, alle volte. E così seppelliamo il cane nel fango
e adesso calmati, mettiti di profilo, monologa teneramente.
Parlaci terra, facci sentire la tua voce.
Tutto quello che abbiamo vissuto si sovrappone in un
breve momento di dolore. Siamo scosse e corriamo, ma
senza cercare poiché a tutto si deve arrivare adesso.
Queste donne non abbiamo più tempo di andare,
il ritmo è accelerato, sedute ai due lati di un piccolo tavolo.
Stare ferme o muoversi? Divergiamo sempre nelle risposte.
VII
Grido.
Grido con cose che sono avvenute nel mondo.
Ho dimenticato gli slip nella valigia di un uomo ubriaco.
Che dirà domani? Qualcosa inventerà, il giovane biondo.
La musica della vita è colorata, si gira caldo nella propria
colazione, osserva il suolo pensieroso, fa un discorso basso
allo sconosciuto che commenta le cose che sono
avvenute nel mondo.
Mi disamo; aveva mani piccole, eppure mi sono lasciata toccare.
VIII
Senza la conoscenza, sono un'infermiera russa.
Moralmente è necessario.
IX
“Ma come è morto, mamma?”
“Aveva un cancro, ma sembrava migliorato. E comunque, appena
una settimana fa era, come al solito, a far visite”.
“Non pensiamoci più mamma, smetti di piangere adesso”
“E' un dispiacere vero”
“Lo so”
“Che pensi?”
“Non so. Sembra tutto così etereo”.
X
(Erwin Olaf)

Ora devo pensare al nuovo luogo che mi ospita. Sono passata semplicemente nel regno dei morti. L’anima lo avverte istintivamente e, come per un’insperata fine dell’esilio, riconosce l’essenza porpora dentro la quale mi trovo. Al momento, l’unica descrizione possibile dell’inferno o del paradiso o della estensione della mia anima è: rosso. Con una breve e incidentale ulteriore VeraFalsaVera intuizione posso supporre di riconoscermi dentro la essenziale conoscenza della mia anima. Se è così, essa conosce un essente rosso. E se è così, l’essente rosso non è un nuovo regno, è piuttosto qualcosa che mi porto addosso.
Nell’essente rosso, l’essere anima coincide con l’avere una forma? Non una forma, risponde l’anima sapiente, ma un morfismo, ossia la astrazione di un processo che trasforma una struttura matematica in un’altra mantenendo alcune caratteristiche strutturali della prima. Non posso che replicare all’anima che abbiamo subìto un automorfismo. Mi sono trasformata in me stessa poiché dalla conoscenza inequivocabile di ciò che sono stata, di ciò che ho vissuto, di ciò che ho visto so di non sentirmi altro rispetto alla mia esistenza in vita.
L’automorfismo si concretizza in un contenente biancastro, opaco - intravedo un pallidissimo chiarore attraverso la pigmentazione porpora dell’atmosfera, non compatta bensì a tratti sgranata, lacerata come bisso – a cui attribuisco la denominazione di corpo. Ebbene il mio corpo consiste nell’essere statua deformabile, semovente, con profondità e articolazioni, con seni scolpiti, capelli scolpiti – immobili – tutti bianchi (perché così comunque voglio definire il pallore in forma ancora umana che affiora dalla calma rossa che mi porto addosso). Le mani sono le mie, con letti di unghie e nocche e vene comprese, bene scolpite, la bocca è fissa nella schiusura di una posa approssimativamente meditativa, gli occhi non hanno ciglia, le palpebre sottili scoprono i bulbi per tre quarti, non c’è iride né pupilla, gli occhi non contengono nulla, sono lisci e veri nella primaria tendenza all’essenziale di tutta questa curiosa circostanza. I movimenti si presentano cedevoli. Il FalsoVeroFalso corpo che posseggo adesso, pur sembrando marmoreo – mi dice l’anima – è una membrana leggera, dotata del peso che conosco, un peso e un volume umani, morfologicamente e matematicamente affini al mio rilievo al momento del trapasso. Resterebbe da capire, ammettendo che sia importante, se io statua-membrana-formula sia cava dentro o se sia stata tassonomizzata. Ma non essendo la domanda significativa, l’anima tace.

(kula)
cominceremo più un rito
il difetto delle vene nel giardino
o l'ombra del fumo sulle labbra
le lettere minuscole per iniziali.
tu mi intrighi, mia frôle isterica,
la tua respirazione ondulata
la tua mano truccata per l'accoppiamento.
e io devo conservarti per preservarti dal futuro
e dal corpo sociale- rappresentarti senza la minima relazione
con altrettante cose,
trattenerti in un laboratorio privo di morbosità.
mi ricordo di un coraggio che mi si fissò nel palato
tu fai scoppiare il grido muto del mondo.
il leone che ruggiva nella saliva pastosa
possiamo ucciderlo e restare fino a tardi
con il rito di dividere i momenti
e il vetro dall'acqua e tu guardi al relativo
ritorno un bambino è distratto dalla
massa iniziale del proprio embrione.
il proiettore che si muove ma non si ferma.
cade che accelera il passaggio nel corpo
e così acquisisci la mia personalità
con i tre pali di virtù: fede vento e gelatina
di primavera in un transito di muscoli tra le cosce.
come spose ci promettiamo i nomi
un chiaro appena nell'anteriore
giri dietro e per la tua ebbrezza mi sento statua
nel viale alla conclusione di una notte ugly.

(mapplethorpe)
Il crepuscolo naviga su un muro portante
i muri portati s’ingozzano di luna, sole
se è luna lì, se è luce, se è vero sole
muro dipinto da un cigno liquido, ansante.
Una sarta di muraglia cola
l’amico la allontana dai fondi di caffè
non leggere, ignorali, le dice in cucina.
Ma nei punti di una sarta c’è dentro la traccia,
l'argento al polso, l'arpa nella via
il graal si fa bocca e la saga s'invola.
La sarta insegue un seme di cane un viale:
uomini in seme di piante con vento tra i denti
servi invisibili e loro vassoi di strade
tirate passo su passo come punti di seta
più bianca vincolata all’inverno
Stoffe d’inverno da imbastire, peso di cappotti
cappotti di calore calore di fumo
fumo di fiera, fiera di castagne marce
ombrelli sparsi color guancia timida.
Passi aperti alla danza, gambe aperte per lavarsi
con capelli di ragazzo, rammendare tagliole
accomodare carni falciate con sbavature,
doppio sangue di ragazzo e mastice di luna.
Inverno, labbra spaccate che la luna le succhia
la goccia; sarta succhia la sua crema trasparente
sudata dal muschio, viene la luna tra le piante
dove giace per infiammarla fuori dalla cuccia.
Luna, sue lingue di cristallo
sue guglie nella gola, lungo l’esofago assetato
fuori le mura. Mani di fiele luminoso la sarta educa
allungata sui fianchi un po’ larghi origlia fughe.
Gli operai s’imbattono in roseti
cascati da labbra appena leccate di ragazze
scavate distanze in tramonti mediorientali.
S’imbrattano in cosce: vecchi libri da sfogliare
con parole indecifrabili da rincorrere
dall’indice e palpebre come pugni dimenati
il limone nel cielo si dilegua. Un cane sulla torre,
agro cane annusa le narici della sarta.
La narice annusa il tempo e questa leggenda non è adatta,
è bugia goduta.

(José Muñoz)
Alla fin fine, il degno risultato di tutta la storia è proprio il disgusto che mi ispira la vita – la mia vita – e tutto l’universo: disgusto che mi soffoca, mi incalza, mi scuote e mi atterra e forse, prima o poi, mi darà la forza necessaria per farla finita con questa ridicola indegna faccenda e svignarmela.
(ron mueck - www.flickr.com/photos/brooklyn_museum/284990541/)